L’insostenibile pesantezza dell’essere Saharawi

Premessa storica
Bagnata dalle acque dell’Oceano Atlantico, circondata da Marocco e Mauritania la Repubblica Araba Saharawi Democratica del Sahara Occidentale. Questa vasta regione di 260.000 kmq è estremamente inospitale ed è caratterizzata da un tipo di deserto, l’Hammada, che in arabo significa ‘senza vita’.
Essa fu in origine abitata dai nomadi berberi che nel XIII secolo s’integrarono con popolazioni arabe provenienti da est (i Maqil). Dall’unione dei due gruppi etnici, mescolatisi anche con etnie africane, nacquero i Saharawi, il cui termine letteralmente significa ‘gente del deserto’.
Queste caratteristiche socio-geografiche della zona e la non-stanzialità degli autoctoni hanno contribuito alla difficoltà di demarcare con precisione i confini, che furono per la prima volta stabiliti formalmente nella Conferenza dell’Africa Occidentale svoltasi a Berlino nel 1884-1885. Alla Spagna, che già nel tardo ‘400 aveva occupato la zona costiera, fu assegnato il protettorato di questa fetta della torta africana.

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Repubblica Democratica Araba dei Saharawi (fonte Wikipedia)

 

Fin da subito le popolazioni locali si mostrarono intolleranti nei confronti della dominazione straniera, tant’è che già nel 1934 la Spagna ne riconobbe l’identità di popolo.
Dopo gli anni ’50, con la scoperta di giacimenti di fosfati e la nascita delle prime cave, iniziò lo sfruttamento spagnolo delle risorse naturali e una quota di Saharawi divenne stanziale, acquisendo col tempo uno stile di vita urbano, ma maturando anche un’intolleranza sempre maggiore nei confronti degli Spagnoli.
Dal 1965 anche l’ONU iniziò a richiedere la decolonizzazione del territorio.
In seguito, nel 1973, sulla scia dell’esperienza di precedenti organizzazioni indipendentiste, fu fondato il movimento per la liberazione del Sahara Occidentale conosciuto come Fronte Polisario (abbreviazione di Frente Popular de Liberación de Saguia el Hamra y Río de Or) che si mosse su un doppio binario, operando in senso  diplomatico, ma attuando anche la lotta armata. Nel 1974 dal Polisario fu avanzata la richiesta di un referendum per l’autodeterminazione, istanza a cui la Spagna dette il suo beneplacito.

Ma negli anni successivi la situazione si aggravò invece di risolversi positivamente. Il 1975 fu un anno importante per la storia dei Saharawi: il Polisario prese sede a Tindouf, in Algeria (paese che garantirà il suo appoggio negli anni a venire); il Sahara Occidentale venne nuovamente annoverato dall’ONU fra le regioni del mondo da decolonizzare, benché di fatto l’ente non l’abbia mai riconosciuto come stato indipendente; la Corte Internazionale di Giustizia sancì il diritto all’autodeterminazione del popolo Saharawi. A fronte di questi eventi, ne accaddero altri ben più spiacevoli.
Fra il 1975 e il 1976, la Spagna abbandonò definitivamente la colonia, dopo un accordo segreto con Mauritania e Marocco, a cui lasciò l’amministrazione del Sahara Occidentale, completando il ritiro del suo contingente armato. Nello stesso anno (6 Novembre 1975) tuttavia il re del Marocco organizzò la “marcia verde“: 350.000 civili volontari e 25.000 soldati si mossero verso la città costiera di Tarfaya con lo scopo di ribadire l’appartenenza del Sahara Occidentale al Marocco. Il proposito dichiarato di marcia pacifica non fu affatto quello reale: molteplici furono invece le azioni violente messe in opera nei confronti dei Saharawi. In questa situazione critica, nel 1976 il Fronte Polisario decise di proclamare l’indipendenza della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), ancor oggi da molti stati (ma non universalmente) riconosciuta. La tensione e gli atti di repressione aumentarono al punto che nello stesso anno migliaia e migliaia di Saharawi scapparono dai propri territori, attraverso il deserto, verso l’Algeria. Su tali profughi si abbattè la potenza di fuoco dell’aviazione marocchina che tentò di annientarli con ordigni incendiari al napalm.
Nel 1978, il nuovo governo della Mauritania decise di ritirare le sue truppe dalla parte meridionale del Sahara Occidentale, firmando un trattato di pace con il Polisario. Contestualmente, il Marocco aumentò lo stanziamento delle forze militari nelle zone lasciate dall’esercito mauritano. A questa massiccia occupazione il Polisario si oppose continuando con operazioni di guerriglia, riuscendo a liberare la maggior parte del Sahara Occidentale, eccezion fatta per le città lungo la costa, quella più prospera e ricca di risorse. Nacque così la suddivisione in territori liberati (a Est) e territori ancora occupati (a Ovest).
In questo clima di odio e di ostilità e col fine di contrastare l’offensiva saharawi e di difendere le zone riconquistate, a partire dal 1981 il governo marocchino mise in piedi in 6 anni,  il “muro marocchino di difesa”, uno dei tanti muri della vergogna nel mondo, ma meno noto rispetto ad altri. Esso è un sistema di sbarramenti in terrapieno, costruito in più fasi, alto circa 3 metri, esteso per 2500 km (ma c’è chi fornisce stime maggiori) e protetto da 150.000 militari, torri di guardia, sistemi di avvistamento, e da una vasta fascia, dal lato dei territori saharawi, costellata da un milione di mine antiuomo, pensata al fine d’isolare ancor più il popolo ribelle. È però paradossale che l’enorme quantità di ordigni utilizzati abbia in realtà portato a molte vittime anche fra gli stessi Marocchini.

Sviluppo del ‘muro’ negli anni

Negli anni seguenti il Fronte Polisario continuerà ad opporsi al dominio marocchino con azioni di lotta armata fino al “cessate il fuoco” decretato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 1991 che è stato fino ad oggi più o meno rispettato, congelando la situazione in uno stato di equilibrio assai poco stabile.
Nel 1992 quello che sarebbe dovuto essere il referendum definitivo per l’autodeterminazione da parte dei circa 80.000 Saharawi censiti, fu sabotato dal re del Marocco e rinviato a data da stabilire. Il Marocco prima di autorizzare il voto popolare pretenderebbe che venisse attuato un censimento del numero esatto di tutti i Saharawi, il che è assai difficile da realizzare per una popolazione che è in larga parte nomade.
La successiva azione diplomatica della delegazione delle Nazioni Unite, definita Minurso, acronimo di “Mission des Nations Unies pour l’Organisation d’un Référendum au Sahara Occidental”, nata per risolvere pacificamente questo stallo, al di là dei molti e importanti obiettivi raggiunti, a tutt’oggi (2012) non è riuscita ancora a conseguire il suo fine primario: l’indipendenza della Repubblica del Sahara Occidentale.
L’ospitalità garantita dell’Algeria con l’allestimento dei campi profughi, l’attivismo del Polisario, l’operato dell’ONU e dell’Unione Europea, l’aiuto costantemente fornito dalle molteplici associazioni umanitarie hanno permesso la sopravvivenza di questo popolo fragile fino ad oggi.
Aggiornamento (23/10/2012). È recente la notizia, diffusa dall’ANSPS (Associazione nazionale di solidarietà con il popolo Saharawi), che la Commissione dell’Assemblea generale dell’Onu ha approvato, il 12 ottobre 2012, una risoluzione nella quale viene riaffermato il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza del popolo Saharawi. Tale atto sarà sottoposto nel dicembre 2012 all’Assemblea generale dell’Onu per la sua definitiva attuazione.

Il perché delle ostilità
Come mai una regione tanto arida e disagiata è stata così tenacemente contesa? Ovviamente per via delle sue risorse naturali. Ricchi giacimenti di ferro, di uranio e di fosfati, in particolare, scoperti dal 1950 in poi hanno attirato le attenzioni della Spagna prima e dei paesi vicini poi (soprattutto del Marocco che attualmente controlla l’attività della principale miniera, quella di Bou Craa). Un altro immenso potenziale economico stimato sono le riserve di petrolio e di gas naturale, il cui sfruttamento per ora è stato negato al Marocco da parte delle Nazioni Unite. In più, le coste sono una fonte di guadagno per la loro grande pescosità. Infine, la presenza di un’ampia falda acquifera sottostante buona parte del territorio, testimoniata dai vari pozzi e bacini d’acqua naturale (guelta), completa il quadro dei motivi per cui il Marocco non desidera lasciare ai Saharawi il controllo del Sahara Occidentale.
La situazione però probabilmente è più complicata: è un fatto ad esempio che dal 2005 la RASD abbia deciso di concedere licenze ad alcune compagnie internazionali per la ricerca di possibili giacimenti di petrolio nel Sahara Occidentale, ricevendo in cambio il pagamento di un contributo annuale.

Un popolo tripartito
Per la specifica situazione politica e prescindendo dai quelli che si sono trasferiti in altri paesi africani o europei, i Saharawi abitano tre differenti zone dell’Africa del Nord: territori occupati, territori liberati e campi profughi. Delle prime due parleremo poco per scarsa conoscenza diretta, mentre ci concentreremo di più sulla vita dei Saharawi nei campi profughi che abbiamo potuto osservare in qualità di testimoni oculari.

I territori occupati
Sono le zone del Sahara Occidentale che il Marocco è riuscito a conquistare e sulle quali mantiene il controllo con la forza militare. Il muro marocchino separa i territori liberati da quelli occupati. La situazione per i Saharawi che qui risiedono è ovviamente drammatica: dall’assimilazione forzata dei più giovani alla negazione totale dell’identità di popolo, dalla repressione (anche violenta) in caso di manifestazioni di autodeterminazione alla discriminazione razziale, dall’espulsione dalle città all’incarceramento senza processo per chiunque tenti, o anche sia solo sospettato, di manovrare contro il governo marocchino. Questo è quanto abitualmente riserbato ai pochi Saharawi ancora residenti nelle zone occupate. Un costante aggiornamento è rintracciabile nel sito Tindouf ExPRESS.
Ricordiamo alcune delle cittadine di questa area: Laâyoune, la città più popolata, centro principale del Sahara Occidentale; Bou Craa, città mineraria collegata alla precedente mediante il nastro trasportatore più lungo del mondo (oltre 100 km); Smara, centro ricco di storia e città dove tra l’altro nacque il Fronte Polisario nel 1973; Dakhla, importante città portuale; Guelta Zemmur, prossima alla zona minata del muro marocchino, vietata ai turisti.

I territori liberati
Benché sia in atto da qualche anno un processo di ripopolamento e ricostruzione delle zone ‘al di qua’ del muro marocchino, sono ancora pochi i Sahrawi che vivono nei territori liberati. Essi praticano un’esistenza seminomade, legata al pascolo degli animali, vivendo nelle tende tradizionali berbere con l’unica modernità dell’utilizzo dei fuoristrada per gli spostamenti.
Al di là dei proclami del Polisario, la loro permanenza in questi territori non è totalmente libera: pesa la presenza del muro e dell’ampia zona minata, pesa la situazione di continuo rischio che la guerra possa riaccendersi di nuovo, pesa l’isolamento forzato.
Ci sono anche piccoli agglomerati urbani, che sorgono attorno ad oasi, che il Polisario sta tentando di riconolizzare: Tifaritidove sta nascendo il nuovo parlamento della RASD; Bir Lehlou, sede di una scuola elementare; Meharrize, dove sorge una moschea; Mijekche accoglie un ospedale; Agwanit, dotata di ospedale, scuola e moschea; Dougaj e Zug, entrambe assai vicine al muro marocchino.

I campi profughi
Per arrivare ai campi profughi Saharawi occorre prendere un volo aereo che raggiunga Algeri, da dove si arriva a Tindouf attraverso un altro collegamento aereo che parte in piena notte. Da qui una strada asfaltata porta alla meta in circa un’ora.
Gli accampamenti sorgono su una distesa desertica di terreno pietroso di circa 100 km2 nei dintorni di Tindouf, in territorio algerino. È una zona pianeggiante con poche e basse montuosità che fa parte dell’Hammada(detto anche ‘il giardino del diavolo’). L’escursione termica in questa zona del Sahara è ovviamente enorme: si va dai -5°C delle notti invernali ai +50°C di giorno d’estate. Il vento, l’erih, spesso spazza queste lande desolate che sono non a caso oggetto del più temuto malaugurio (“Che Dio ti mandi nella hammada!”).
In queste condizioni difficili vive un numero imprecisato, e difficilmente definibile, di rifugiati (150.000-200.000) in quattro campi profughi che hanno preso il nome da città un tempo abitate dai Saharwi: Awsard (Coordinate: 27°37’4″N,  7°52’29″W) da Aousserd, cittadina dell’interno del Sahara Occidentale; Dajla (26°49’46″N,  6°51’47″W) da Dakhla, città portuale sulla Penisola di Rio de Oro; El Aaiún (27°43’57″N, 8°1’24″W) da Laâyoune, la capitale del Sahara Occidentale; Smara (27°29’31.00″N, 7°49’41″W) da Esmara, città dove nacque il Polisario. Oltre a questi, ci sono agglomerati più piccoli, ad uso prevalentemente direttivo-amministrativo, quali Rabouni (27°28’27″N, 8°5’18″W), capitale politica, dove si svolgono le attività amministrative della RASD e dove risiede il Museo dell’Esercito di Liberazione Popolare e 27 de Febrero (27°30’36″N, 8°0’36.00″W), sede di un collegio per sole donne per lo studio di scienze linguistiche, informatiche, infermieristiche e altro. Qui il link ad una mappa per le coordinate sopraindicate.
Collegati fra loro e con Tindouf da una strada (ad eccezione di Awsard, raggiungibile solo attraverso piste nel deserto), ogni campo è stato realizzato ad una certa distanza dall’altro per poter meglio circoscrivere i danni provocati da eventuali epidemie o da incursioni nemiche. Mentre 27 de Febrero, Awsard, El AaiúnSmara e Rabounidistano da Tindouf poco meno di un’ora di auto, Dajla si trova a 170 km a sudest.
L’organizzazione di ogni campo profughi riproduce quella delle vecchie città saharawi: ogni campo è una provincia (wilāya), suddivisa in 6 o 8 distretti, o comuni, (dā’ira), a loro volta composti da più quartieri (barrios). I Comitati Popolari, uno per distretto, sono preposti alla gestione delle attività lavorative, dell’istruzione, della sanità, della giustizia e si occupano di distribuire i beni alimentari secondo le necessità di ciascuna famiglia.
Su un modello politico di tipo social-democratico, sono tuttavia tollerati i piccoli capitali, ormai circolanti, ottenuti sia per via delle pensioni che i Saharawi più anziani ricevono per aver lavorato all’estero, sia grazie ai commerci privati (talora anche vero e proprio ‘mercato nero’) che negozianti di vario genere, ormai sempre più diffusi, sono riusciti a mettere in piedi.

Quello che segue è il resoconto su quanto abbiamo potuto apprendere sulla vita dei Saharawi nei campi profughi, suddividendone i vari aspetti in ordine alfabetico. Dalla A di ‘abitazioni’ alla T di ‘turismo’!

Abitazioni
Le dimore comunemente utilizzate sono le tende. Quelle portate con gli altri aiuti umanitari, non quelle tipiche tradizionali. All’interno sono contenuti piccoli arredi quali tappeti, coperte, cuscini e il poco mobilio: l’arredamento è vivacemente colorato ma essenziale (mancano sedie o tavoli ad esempio), sempre nell’ottica della temporaneità della condizione abitativa. La tenda rappresenta, infatti, anche l’emblema della volontà dei Saharawi di abitare strutture provvisorie in attesa del conseguimento dell’agognata indipendenza. Questo il motivo dell’avversione all’utilizzo del cemento per le strutture abitative (anche se in verità col passare dei decenni è stato sempre più utilizzato).
Assai diffuse invece sono le costruzioni in mattoni di sabbia, utilizzate come cucine o riparo notturno nei mesi più caldi o più freddi, come abitazione per anziani o persone disabili, oppure anche per accogliere gli ospiti. Tali strutture col tempo vengono sgretolate dal vento e dalle poche piogge che cadono, che seppur rare possono provocare danni importanti: fra i Saharawi c’è ancora il ricordo nitido dell’alluvione del Febbraio 2006 che ha provocato crolli di strutture sanitarie, scolastiche, amministrative e abitative (tende comprese).

Acqua e illuminazione
Awsard e El Aaiún sono collegate da un piccolo acquedotto di acqua non potabile che rifornisce i serbatoi di varie abitazioni, mentre a Smara è ancora trasportata da camion dotati di grandi cisterne. A Dakhlal’approvvigionamento avviene per mezzo di pozzi a pompa manuale o con secchio e corda.
Ad ogni famiglia è distribuita una quantità di acqua a seconda della numero dei suoi componenti, tuttavia si stima che la distribuzione copra in media solo un terzo del minimo necessario.
Esistono però zone con vaste falde d’acqua sotterranee per le quali sono stati attivati progetti finanziati da associazioni umanitarie internazionali per la creazione di pozzi (alcuni già attivi).
Non esiste energia elettrica se non quella prodotta dai pochi generatori a petrolio. Assai diffuso è poi l’uso di batterie di automobili o dei più ecologici pannelli solari, donati dalle delegazioni internazionali. Inoltre i Saharawi sono molto grati se vengono loro regalate candele.
Con tali mezzi all’imbrunire è garantita qualche ora di illuminazione e l’ascolto di musica, molto amata dai ragazzi che si ritrovano in gruppetti e organizzano ‘discoteche del deserto’ all’interno delle strutture in argilla prima di andare a dormire.

Alimentazione
Come quasi tutto nei campi profughi, anche i generi alimentari vengono per massima parte ricevuti dall’estero, tuttavia essi bastano a coprire solo poco più del 10% del normale fabbisogno giornaliero. Gli alimenti arrivano in grandi container. I cibi in scatola (legumi, carne in scatola) e la pasta, il riso, o il cous-cous, donati dagli organismi umanitari, vanno ad integrare le scarse quantità di vegetali e frutta, prodotti negli orti di cui tutti i campi profughi dispongono. In tali orti vengono coltivati insalata, pomodori, carote, cipolle, patate, mele, arance, angurie. Ovviamente la preferenziale destinazione di tali cibi è nei confronti dei bambini e delle persone malate. La carne di dromedario, cucinata sulla brace è anche, non frequentemente, consumata. Latte e the sono le principali bevande a produzione locale, accanto ai succhi di frutta o bevande tipo coca-cola o similari che giungono dall’estero.

Animali
L’allevamento di dromedari, capre, pecore, polli è praticato comunemente dalle famiglie Saharawi ed è sostenuto anche dal governo RASD. La transumanza è ancora diffusa.
I recinti degli animali sono allocati alla periferia estrema dei campi per motivi d’igiene pubblica, nel tentativo di ridurre la promiscuità con gli abitanti, onde prevenire, per quanto possibile, eventuali epidemie trasmesse dagli animali agli esseri umani.
È comune il possesso inoltre di cani e gatti, come animali da compagnia per le famiglie.
Non è infrequente il randagismo che si associa al rischio d’infezioni per l’uomo.

Artigianato, baratto e denaro
Benché s’insegni presso istituti scolastici (istituto per donne nell’accampamento 27 de Febrero) la produzione di oggetti della tradizione quali tappeti e tende, la lavorazione dei metalli e delle pelli, l’artigianato nei campi profughi soddisfa solo il fabbisogno locale in maniera elementare e si basa molto sul recupero e sul riutilizzo. Il baratto è un sistema ancora diffuso, ma ormai il sistema di pagamento col denaro (soprattutto Dinaro Algerino) si è molto diffuso, soprattutto presso i piccoli mercati locali.

Donne
L’educazione garantita alle donne, la partecipazione attiva nell’organigramma della res pubblica e nel managementdomestico, il rispetto e l’importanza di cui esse godono all’interno del popolo Saharawi dimostrano una notevole emancipazione della figura femminile. Ne sono esempi l’istituto 27 de Febrero, fondato per educare e formare le ragazze saharawi in vari ambiti occupazionali all’interno della comunità, o l’ingente numero di parlamentari di sesso femminile. Sicuramente a questo fenomeno sociale, atipico rispetto alle altre realtà del mondo arabo, ma più in generale del continente africano, ha contributo il ruolo che le donne hanno rivestito per esigenza derivante dalle circostanze, come principali amministratrici dei campi profughi negli anni 1975-1990, durante i quali gli uomini si trovavano in guerra. Tuttavia le premesse di tale fenomeno erano già insite nel sistema sociale matrilineare berbero, prima dell’influsso islamico e spagnolo.

Letteratura, musica, balli
Come tutti i popoli, anche i Saharawi possiedono una loro cultura letteraria, fino a non molti decenni fa tramandata prevalentemente per via orale e fatta di proverbi, favole, racconti, poesie, i cui temi primari, a fianco di quelli universali sulla natura, sulla religione, sull’amore, sulla condizione umana, sono l’esaltazione dell’identità di popolo, della lotta per il desiderio di libertà, d’indipendenza, di pace, che affondano le radici nei tempi della dominazione spagnola. Egualmente ricca è la cultura musicale e del ballo che si compone di canti popolari arcaici, strumenti musicali tipici e danze caratteristiche. Durante le feste, soprattutto i ricchi matrimoni, che coinvolgono un numero enorme di invitati, tipiche sono le manifestazioni di esultanza (le esgari delle donne e i tberb degli uomini).
Per una più completa e ricca disanima sull’argomento si rimanda al sito dell’Associazione Limone nel Verde.

Religione
Probabilmente in virtù dell’origine multietnica della popolazione Saharawi, anche l’islamismo è vissuto ispirandosi ai principi della tolleranza e del profondo rispetto delle altre istituzioni religiose e, di conseguenza, degli altri popoli. I Sahrawi sono molto lontani dai dogmi del fondamentalismo islamico. Gli stessi luoghi di culto dell’Islam non sono riconosciuti come indispensabili per poter pregare e svolgere i riti religiosi: nei campi profughi non esistono moschee, a cui i Saharawi hanno preferito la costruzione di ospedali, scuole e altre opere d’interesse sociale.

Sanità
La medicina tradizionale è ancora largamente praticata, prima di avvalersi di quella occidentale, in caso d’inefficacia o anche parallelamente ad essa. Oltre a quattro piccole cliniche (una in ognuno dei campi), esiste un ospedale centrale, autosufficiente per quanto riguarda acqua e luce, dotato di 48 posti letto. I casi più complessi vengono inviati ad Algeri.
Equipe di volontari sanitari (medici e infermieri) internazionali si aggregano al personale locale, il quale si laurea prevalentemente presso università di medicina in Spagna. Esistono poi, uno per ogni distretto, i dispensari di medicine con possibilità di pronto soccorso elementare, anche se la carenza dei farmaci fondamentali è grande. Tuttavia l’opera di prevenzione, il miglioramento dell’igiene pubblica, le vaccinazioni obbligatorie, l’attenzione allo stato di nutrizione hanno permesso di avere la meglio su alcune patologie, fra cui la malattia infettiva di competenza oculistica detta tracoma.
L’età media è di 50 anni. Sebbene il tasso di nascite sia in aumento, la mortalità infantile è ancora molto alta. I parti vengono eseguiti per l’80% dei casi nelle abitazioni.
Fra i vari problemi che i Saharawi devono affrontare nella vita di tutti i giorni c’è lo stato della propria salute, che può rapidamente aggravarsi in relazione anche e soprattutto al posto in cui risiedono.
Recita il giornale medico “The Lancet” in un articolo del 2010: “Le temperature molto alte inducono diarrea e disidratazione, mentre quelle più fredde problemi respiratori, soprattutto fra i bambini. Inoltre sono diffuse l’epatite B, l’anemia da carenza di ferro o di vitamine (soprattutto nei bambini e nelle donne in gravidanza), il diabete e l’ipertensione arteriosa sistemica (queste ultime due legate alla scorretta alimentazione fatta di cibi in scatola, troppo calorici o salati), la meningite e la malnutrizione, della quale soffre circa il 20% dei bambini”. Una parte dei casi di malnutrizione, soprattutto infantile, è legata al la celiachia (intolleranza al glutine), non ancora diagnosticata e quindi non trattata. La sua prevalenza nella popolazione Saharawi è particolarmente elevata: 5.6%.
Le epidemie sono più frequenti in autunno e in primavera. Il rischio di infezioni (rabbia, echinococcosi, brucellosi, tubercolosi) è elevato ed è legato alla convivenza con le varie specie di animali.
Deficienze alimentari associate a scarsa igiene dentale sono alla base poi delle numerosissime patologie odontoiatriche di bambini e adulti. È purtroppo caratteristica e frequentemente riscontrabile fra gli abitanti dei campi profughi una colorazione brunastra e la progressiva distruzione della dentatura.
In ambito psichiatrico, inoltre, è diffusa la depressione, verosimilmente legata al senso d’isolamento profondo e di frustrazione: i giovani Saharawi che continuano gli studi dopo i 14 anni sono ospitati da paesi stranieri (primo fra tutti Cuba) fino alla fine dell’università, dopo la quale generalmente tornano nei campi profughi. Il contatto con la normalità della vita nelle città estere al momento del rientro stride fortemente con le privazioni di ogni tipo con cui devono imparare nuovamente a convivere e può esitare in conseguenze psicopatalogiche.
È frequente infine anche l’epilessia secondaria a danni cerebrali (soprattutto traumi cranici) nelle persone che hanno vissuto gli anni della guerra.

Scuola
La lingua insegnata è l’arabo hassanya, ma assai diffuso è lo spagnolo fra i più giovani. Fra le priorità del governo sicuramente c’è il livello di scolarizzazione del proprio popolo che risulta essere il più alto fra quelli dei paesi africani (oltre 90% di alfabetizzazione). L’educazione scolastica è obbligatoria.
Nei campi profughi sono stati istituiti asili d’infanzia, scuole elementari e medie, e centri di formazione professionale.
Oltre al già citato 27 de Febrero, collegio femminile che ospita 1500 ragazze ogni anno, sono stati edificati in muratura (segno questo di estrema rilevanza) i collegi nazionali 9 de Junio e 12 de Octubre, nati per formare i bambini più piccoli anche in previsione dei soggiorni all’estero.
I ragazzi che vogliono proseguire gli studi oltre le scuole medie, al compimento del 14 anno di età, vengono mandati a Cuba, in Spagna, in Algeria, in Libia o in Siria.

Tradizioni
Tra le cose che si notano subito facendo un viaggio nei campi profughi dei Sahrawi, c’è la bizzarra convivenza di usanze tradizionali, a cui il popolo è fortemente legato e che non vuole perdere, assieme alla presenza di chiari segnali di modernità, che però sembra ‘sfruttata’ (ed è giusto che sia così!) e  apparentemente ancora non ‘subita’, come invece succede spesso nel nostro opulento Occidente. A prova di quanto detto c’è il telefono cellulare che ‘stacca fortemente’ sugli splendidi disegni fatti con l’henné sulle mani delle donne, i pannelli solari che la sera ‘accendono’ i lettori CD per riprodurre a tutto volume i ritmi musicali dei balli tradizionali messi in atto dai ragazzi, gli occhiali da sole firmati o le magliette delle squadre di calcio europee (doni dei turisti), l’ubiquitaria coca-cola, e tanti altri particolari che si scoprono convivendo con questo popolo legato al proprio passato ma estremamente aperto alle novità.
Parlando di tradizioni non si può non spendere due parole sul rito del the, la cui importazione nella società Saharawi tuttavia è molto recente (pochi decenni). Ad esso i Saharawi si dedicano spesso e volentieri. I presenti devono sedersi sui tappeti. Del rito colpisce l’abilità nella preparazione della bevanda secondo le modalità e la tempistica necessarie per ottenere i tre differenti gusti voluti: il primo the, più carico di sapore, è ‘amaro come la vita’, il secondo ‘dolce come l’amore’, il terzo ‘soave come la morte’. Dopo aver messo nell’acqua bollente the verde e zucchero, una parte dell’infuso viene versato in un primo bicchierino di vetro e poi passato negli altri, avendo cura di lasciarne in ognuno una piccola dose, facendola cadere dall’alto così da formare uno strato di schiuma; poi, il restante infuso della teiera viene aggiunto ad ogni bicchierino. Il tutto si svolge nell’arco di circa un’ora (motivo per cui il gusto del the cambia). La lentezza del rito non è fine a se stessa: dal punto di vista dei Saharawi serve per permettere lo scambio d’informazioni tra le persone, per socializzare.
La pazienza che il viaggiatore occidentale impara ad acquisire nell’attendere all’ennesimo rito del the nel corso della giornata (dopo le prime volte ovviamente cariche di curiosità e d’interesse) fa pendant con la perdita progressiva della schizzinosaggine nei confronti degli opachi bicchierini di vetro che vengono passati di bocca in bocca dopo essere stati appena, appena lavati con l’acqua residua della teiera e asciugati con un panno non propriamente lindo, alla fine di ogni giro!
Altro gesto tradizionale di accoglienza, benché meno frequente, è poi l’offrire una scodella di latte di dromedario (oggi latte di mucca liofilizzato).
Il saluto è un altro degli aspetti della tribalità saharawi: differentemente dal nostro, mera testimonianza di deferenza, il saluto per questa popolazione dalle origini nomadi è un momento fondamentale di scambio d’informazioni fra chi arriva (qualunque sia il tragitto fatto per giungere) e chi riceve l’ospite-viaggiatore. Ecco perché il rituale del saluto si basa su una formula ai nostri occhi macchinosa e prolungata, che prevede, oltre alla riverenza, un fitto colloquio, un racconto dello stato delle cose.
Infine, ricordiamo con piacere la bontà del pane del deserto, che caldo, appena sfornato, è appetitoso come tutti i pani del mondo, anche se ricco… di granelli di sabbia che pur non disturba troppo ritrovarsi fra i denti, grazie alla sua genuinità rispetto alla maggior parte dei cibi in scatola a disposizione. Esso viene cotto dalle donne in padelle riscaldate su fornellini da campo.

Turismo, scambi culturali e sport
Molte sono le associazioni internazionali, varie anche in Italia, che organizzano viaggi nei territori Saharawi allo scopo di visitare e far conoscere le condizioni di questo popolo, portare cibarie e materiali di uso comune (dai medicinali, ai vestiti, agli oggetti di cartoleria, apprezzatissimi dai bambini, al materiale più voluttuario per le donne).
Lo scambio culturale è inoltre elevatissimo. I bambini saharawi vengono regolarmente invitati a conoscere le altre realtà nazionali, durante campus estivi.
Tra le tante iniziative ci piace ricordare che dal 2000 viene inoltre organizzata nel mese di Febbraio la Maratona del Sahara (SaharaMarathon), evento che si pone il duplice obiettivo di promuovere lo sport tra i giovani Saharawi e di ottenere aiuti economici per progetti umanitari locali.

Considerazioni finali (e personali)
La nascita della ‘9cento era ancora molto lontana, ma due dei suoi futuri fondatori (Andrea Paolo Nannini e Luca Bertinotti) nel 2007 affrontarono il viaggio fra i Saharawi già con lo spirito di osservazione che caratterizza oggi la nostra associazione. L’analisi che segue deriva da una rielaborazione di pensieri e sensazioni collezionati in loco, ma maturati a distanza di mesi, finanche di anni. Rievocare il ricordo di quell’esperienza, per quanto personale, pensiamo possa essere d’interesse.

Cosa resta dopo un viaggio nei campi profughi Saharawi?

Resta dentro la netta sensazione che la nostra occidentale è la società dell’abbondanza, dello spreco, dell’eccesso, ma senz’altro anche delle comodità di cui ormai difficilmente noi possiamo privarci.

Resta dentro un sorriso teso a mezzo fra speranza e orgoglio di specie nel vedere quanto sia adattabile l’animale uomo: egli sopravvive anche privato di quasi tutto, anzi si può permettere alla fine pure il ‘lusso’ di giocare con i propri simili, in barba agli aspri frutti del ‘giardino del diavolo’ che lo accoglie.

Resta dentro (e per giorni e giorni resta!) la percezione mai avuta prima di quanto una carenza insistita dell’acqua possa incidere sui ritmi e sullo stile di vita: dalle abitudini alimentari a quelle d’igiene personale tutto si deve adattare ad un altro livello (il non-sudare, il non-sporcarsi è un tarlo fisso con cui imparare a convivere, se si è patiti della pulizia). Il concetto di pelle secca, di cui si fa esperienza dopo giorni di mancanza di una ‘normale’ toilette, trascende di gran lunga ogni mera definizione ispirata dalla réclame: sulla strada del ritorno ricordo la sensazione provata, mentre il primo malconcio rubinetto dell’aeroporto di Tindouf gettava acqua corrente sulle mie mani e sul mio viso. Ho provato un’istintiva ‘felicità epidermica’ che non ha un nome.

Poi resta dentro il carosello degli interminabili riti del the, ripetuti, ‘obbligatori’ ad ogni ora del giorno, che ai nostri occhi di rispettosi osservatori occidentali, incapaci di dire “No, basta, grazie!” per non offendere, si trasformano in scenette fantozziane del “Ancora? Oh, grazie, com’è umano lei…!”.

Resta dentro la straordinaria mutazione da iniziale schizzinoso (con finalità autoconservativa per timore di contrarre un’infezione intestinale, guardavamo con sospetto ogni tazza) a impavido sperimentatore di ogni cibo e bevanda in qualsiasi recipiente fossero serviti.

Resta dentro il mutismo di fronte alla muraglia sconfinata di container vuoti degli aiuti umanitari, sistemati a sud di Rabouni. Non si sa onestamente se schierarsi fra gli ambientalisti che criticherebbero l’abbandono o compiacersi per quel monumento all’altruismo umano, anche se alla fine in noi è prevalso il secondo pensiero!

Resta dentro la sensazione di tranquillità che dona quel sorridere costante e la serenità interiore che i Saharawi sembrano non perder mai. E questo è uno degli aspetti forse più inconcepibili, se si considera che molti di loro, ossia tutti quelli con età inferiore ai 37 anni nel 2012, sono nati nei campi profughi e non hanno mai potuto abitare stabilmente una cittadina ‘vera e propria’ che appartenga al loro popolo.

Resta dentro l’amara constatazione e la difficoltà nell’immaginarlo che da quelle parti le poche piogge che cadono possono trasformarsi in un diluvio universale in grado di atterrare tende e costruzioni.

Resta dentro lo sguardo acceso di speranza del Saharawi che ti approccia, saputo che sei italiano, chiedendo con spontaneità se conosci il suo amico d’infanzia che adesso lavora a Milano. E tu magari vivi a 300 km di distanza dal capoluogo lombardo!

Resta dentro l’innato e incontrastabile charme femminile che sembra riuscire ad emergere e ad imporsi in qualsiasi condizione di vita: la donna anche qui, pur nelle ristrettezze e nelle privazioni della vita che gli è toccata, dedica tempo ed energie al farsi bella e riesce anche assai bene nell’intento. Ne sono esempio lampante le magnifiche decorazioni all’henné che adornano le mani delle giovani Saharawi in cerca di marito.

Resta dentro lo stupore nel visitare un popolo disperso nel deserto che tuttavia vive, che si nutre, che si riproduce, che non solo resiste, ma che anzi migliora la sua situazione, che si accultura, che erige ospedali, che crea orti in mezzo al nulla, che organizza chiassose feste pantagrueliche, che accoglie ospiti stranieri, che porta i propri bimbi alle dune come noi li portiamo al mare, noi che non riusciremmo forse a vivere un solo giorno nelle condizioni in cui esso resiste da così tanti anni!.

 

La fonte: www.associazione9cento.com

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