Sahara Occidentale, “presto un nuovo GDEIM IZIK”

  • by wesatimes
  • 12 Days ago
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L’8 novembre del 2010 le forze di sicurezza marocchine hanno deciso di sgomberare con la forza l’accampamento di protesta Gdeim Izik nel Sahara Occidentale. Le conseguenze sono state drammatiche: diverse migliaia di Sahrawi sono stati dispersi e secondo i dati forniti dal Fronte Polisario sono morti circa 36 manifestanti e più di 700 sono rimasti feriti. Secondo Amnesty International sono stati inoltre arrestati 200 manifestanti di cui molti hanno subito maltrattamenti e torture.

E’ alquanto dubbio che il prolungamento del mandato possa effettivamente favorire la soluzione del conflitto. Di fatto la presenza della missione MINURSO non ha impedito alle autorità marocchine l’uso della violenza per disperdere una manifestazione pacifica sahrawi nel novembre 2010. Dalla sua istituzione a inizio ottobre 2010 il campo di protesta di Gdim Izik situato a pochi chilometri dalla capitale El Ayun aveva raccolto un crescente consenso tra la popolazione sahrawi. Secondo gli osservatori ONU fino a 15.000 manifestanti sistemati in circa 3.000 tende avrebbero partecipato alla manifestazione pacifica. La protesta non era diretta solamente contro l’occupazione del territorio sahrawi ma – come poi anche in Algeria o Egitto – contro la crescente mancanza di prospettive future dei giovani, la mancanza di lavoro e di possibilità abitative adeguate.

Quando circa un mese dopo il verduraio tunisino Mohamed Bouazizi si da’ fuoco per protesta, un’ondata di indignazione attraversa il mondo arabo e le proteste non possono più essere fermate. In Tunisia, Egitto e Libia sono soprattutto i giovani ad andare in strada e a ottenere la caduta di regimi che prima o poi sarebbero dovuti cadere ma che nessuno si aspettava così all’improvviso. Con l’appoggio degli Stati Uniti e dei paesi europei quali la Francia e il Regno Unito la dittatura libica viene combattuta anche con le armi. Invece le proteste vicino a El Ayun, che secondo alcuni intellettuali come ad esempio il filosofo e linguistica americano Noam Chomsky sono state addirittura il momento scatenante della primavera araba, non trovano posto nell’agenda politica di Obama e Sarkozy. L’improvviso interesse mondiale per la libertà dei popoli arabi trasforma amici di lunga data dell’Europa come il colonnello Gheddafi in nemici acerrimi ma per quanto riguarda il Sahara Occidentale non sembra essere avvenuto nessun ripensamento. Che un buon rapporto con un alleato locale fomenti anche l’ignoranza circa il diritto internazionale non è certo una novità: nel dicembre 1977 la Francia si intromise attivamente nel conflitto del Sahara Occidentale e nell’ambito dell’ “Opération Lamatin” bombardò con il napalm diverse postazioni del Fronte Polisario. La scusa ufficiale per il bombardamento era stata fornita dal rapimento da parte del fronte Polisario di due tecnici francesi che furono però liberati illesi.

Il conflitto nel Sahara Occidentale e la repressione nei confronti dei Sahrawi sono quella parte della primavera araba di cui in Europa non si parla volentieri, e ciò per un buon motivo: Secondo i dati forniti dal Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) gli scambi commerciali tra Marocco e Francia tra il 2007 e il 2011 coprono circa l’8% delle esportazioni francesi di armamenti. Da molto tempo ormai il conflitto nel Sahara Occidentale non riguarda più solo il Marocco e i Sahrawi. Senza le relazioni internazionali del Marocco con gli USA o con la Francia che garantiscono non solo il sostegno politico ma anche quello militare, la colonizzazione del Sahara Occidentale non sarebbe più possibile nella misura in cui avviene.

Sul fronte opposto ci sono però paesi come l’Algeria che sono tradizionalmente solidali con i Sahrawi e che per la loro posizione geografica si trovano loro malgrado coinvolti nel conflitto. Come conseguenza dell’occupazione da parte di oltre 200.000 coloni e più di 200.000 soldati marocchini, la messa in fuga in parte sistematica dei Sahrawi è diventata un problema internazionale. Secondo i dati del governo algerino solamente nei campi profughi situati a ovest della città di Tindouff (ormai amministrata dal Fronte Polisario) vivono circa 165.000 profughi sahrawi. Secondo l’ACNUR (Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati) altri 26.000 profughi sahrawi vivono in Mauritania. Guardando queste cifre, la misura con cui i Sahrawi vengono derubati della loro terra risulta evidente e il pericolo che lo spazio nazionale marocchino continuerà ad allargarsi finché anche l’ultimo Sahrawi avrà lasciato la propria patria è più che reale.

Contemporaneamente il Marocco continuerà a profilarsi come stabile partner dell’Occidente nel mondo arabo assicurando il rispetto del diritto dei popoli internazionale. “Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”, recita l’articolo 1 del Patto internazionale sui diritti civili e politici dell’ONU, ratificato dal Marocco nel 1979. Ma è proprio questo diritto all’autodeterminazione che il Marocco continua a negare da 37 anni al popolo sahrawi. Senza la necessaria pressione internazionale, che probabilmente potrà scaturire solo da una diffusa attenzione dell’opinione pubblica mondiale, difficilmente ci potrà essere una soluzione diplomatica in tempi brevi. E così il Sahara Occidentale continuerà a mantenere il suo triste primato di ultima colonia d’Africa.

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