TERRITORI OCCUPATI – LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Le violazioni dei diritti umani nei territori occupati

L’articolo 9 del Patto Internazionale sui diritti civili e politici, ratificato dal Marocco nel 1979, afferma: «Ogni individuo ha il diritto alla libertà e alla sicurezza della propria persona (…) Chiunque sia arrestato o detenuto in base ad un’accusa di carattere penale deve comparire al più presto dinanzi ad un giudice o ad altra autorità competente (…) e ha diritto ad essere giudicato entro un termine ragionevole, o rilasciato». Mentre il governo marocchino aderiva a questa ed alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, i territori occupati e lo stesso Marocco erano teatro di gravi violazioni dei principi da esse sancite.

Sotto il regime di Hassan II (1975-1999), la strategia repressiva era rivolta ad un annullamento dell’identità saharawi. Furono innumerevoli le violenze registrate nei confronti della popolazione e di quanti considerati simpatizzanti del Fronte Polisario: la polizia controllava anche i più banali segni di carattere nazionale116. Uno dei mezzi di intimidazione più feroci fu la scomparsa di centinaia di civili117 che criticavano l’occupazione marocchina o che si dichiaravano favorevoli all’indipendenza. Ciò consentiva di colpire anche i parenti del cosiddetto nemico: intere famiglie non avevano notizie dei loro cari, che venivano sequestrati in prigioni segrete senza mandato né tanto meno processo.

Nel 1989 si costituì negli accampamenti presso Tindouf, l’AFAPEDRESA, Associazione delle Famiglie dei prigionieri e degli scomparsi saharawi, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale e fare pressione sul governo marocchino per conoscere il destino dei familiari rimasti in Sahara Occidentale. Questa associazione ottenne l’appoggio di Amnesty International che, a partire dagli anni Novanta, raccolse le testimonianze dei sopravvissuti e scoprì la collocazione di alcuni centri segreti di detenzione118. Nel 1991, anche il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite chiese conferma al governo delle localizzazioni delle prigioni, ma venne negata la loro stessa esistenza119.

Tuttavia negare l’evidenza durante quelli che vennero chiamati “anni di piombo”, non fermò le denunce e i rapporti pubblicati dalle associazioni marocchine120 e internazionali.

Queste pressioni, in concomitanza con la firma del Piano di Pace e la presenza della Minurso nei territori, costrinsero il re a liberare molti prigionieri.

Nei rapporti successivi (1992-1993), Amnesty International denunciò l’esistenza di 500 desaparecidos nei territori occupati. Il sovrano prima espulse dal paese l’organizzazione ormai troppo “scomoda”, e poi negò l’accesso alle carceri al Comitato Internazionale della Croce Rossa, violando gli accordi internazionali in materia. A fronte di queste eclatanti violazioni dei diritti dell’uomo, accompagnate dalla determinazione nel celare i pochi processi che avevano luogo121, le risposte da parte dei saharawi furono pacifiche.

L’attuale sovrano Mohamad VI, sembrò intraprendere una politica diversa, in particolare dal 2004, con l’inaugurazione dell’Instance Equité et RèconciliationObiettivo di questa commissione era indagare e fornire risposte alle accuse internazionali di violazione dei diritti umani avvenute tra gli anni Cinquanta e Novanta. Si volevano anche indennizzare le famiglie dei desaparecidos o di quanti erano stati detenuti arbitrariamente. Le modalità di investigazione dello IER erano dunque la raccolta di testimonianze e la consultazione degli archivi.

Questi risultati, positivi anche per la coscienza democratica del Paese, risultarono vani poiché, nell’articolo 6 dello statuto si precisava che non si sarebbero potute individuare responsabilità penali. Per cui, dopo le indagini, l’IER non avrebbe potuto identificare pubblicamente i responsabili di tali atti, né avviare procedimenti penali. Molti di loro sono rimasti membri delle forze di sicurezza e spesso occupano gli stessi posti di comando di un tempo. Responsabile di questa scelta è stato Mohamad VI (l’unico ad aver visionato le accuse dello IER) che non volle rimuoverli dai loro incarichi.

Mi pare interessante, citare il confronto proposto da due giornalisti marocchini124 tra la transizione democratica di paesi come Cile, Argentina, Sudafrica o Uruguay, che hanno tentato di fare luce su un passato di violenza e repressioni processando e condannando i responsabili, e quella del Marocco. Il nuovo sovrano, oltre alla creazione dello IER e ai cambiamenti istituzionali “di facciata”, non ebbe la maturità né la volontà politica di processare i colpevoli e segnare la rottura con il regime precedente.

Questo atteggiamento fu ancor più evidente nel modo in cui le autorità marocchine repressero, imprigionarono, e in alcuni casi torturano, i partecipanti delle manifestazioni del maggio 2005125 ad El Ayoun, Smara, Dakhla, ma anche Agadir, Casablanca, Fès e Marrakech. Novanta persone rimasero in prigione per ore (in alcuni casi giorni) prima di essere rilasciate senza alcuna accusa e denunciarono torture che miravano ad intimidirli e a fargli firmare dichiarazioni di colpevolezza.

In seguito a ciò, Amnesty International inasprì nuovamente i toni della propria denuncia, sostenendo presso tutte le istanze internazionali l’esigenza di un’inchiesta urgente126 che condannasse non solo l’incarcerazione sommaria e le violenze verso i detenuti, ma anche le intimidazioni e i maltrattamenti subiti dagli attivisti locali e dai giornalisti che avevano tentato di indagare sui fatti.

É sufficiente leggere il rapporto del 2006 di Reporters Sans Frontères sulla libertà di stampa, per comprendere come il diritto all’informazione non sia affatto garantito in Marocco, né tanto meno in Sahara Occidentale. I giornalisti marocchini risultano essere liberi di esercitare il loro mestiere, solo se non superano determinati confini posti dal re: la questione territoriale (cioè il Sahara Occidentale), quella politico-religiosa (cioè tutto ciò che riguarda il re), e le inchieste che coinvolgono personalità importanti del Regno.

Tra le tante condanne riportate vi è quella rivolta al Journal Hebdomadaire, denunciato per i dubbi sollevati in un articolo circa l’obiettività di una ricerca (effettuata dal Centro europeo di ricerca, di analisi e di consigli in materia strategica-ESISC, Belgio- e commissionata dal governo marocchino) sul coinvolgimento del Fronte Polisario nelle reti del terrorismo internazionale127. Se confermata in appello, la multa di 274.000 euro, costringerebbe il giornale alla chiusura.

Un altro triste caso di censura, è rappresentato dal redattore capo di Demain Magazine e giornalista Lmrabet128. Questi è stato condannato nel 2003 a quattro anni di prigione, per “oltraggio alla persona del re”, “attentato all’integrità territoriale” e “attentato al regime marocchino”, poi graziati nel 2004. Il tutto per aver pubblicato due articoli apparsi sul quotidiano spagnolo El Mundo e sul settimanale arabo Al Mustakil, nei quali si affermava che i rifugiati dei campi di Tindouf non si sentivano marocchini, né avevano intenzione di tornare in Marocco.

Per quanto riguarda il Sahara Occidentale, la censura è quasi totale: le informazioni possono circolare solo tramite i pochi giornalisti che vi entrano clandestinamente o attraverso Internet. Tuttavia, nonostante dal 2005 i siti creati nei campi profughi siano aumentati, pochi mesi dopo il Ministro delle Comunicazioni marocchino li aveva resi inaccessibili sia dai territori occupati che dal Marocco129

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